Famiglia : Bignoniaceae
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Testo © Pietro Puccio
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La Crescentia cujete è un'alberello di 4-10 m dell'America Centrale © Giuseppe Mazza
Il genere fu dedicato all’agronomo italiano Pietro de’ Crescenzi (ca. 1233-1320), considerato il fondatore della moderna agronomia, autore del trattato “Opus ruralium commodorum”, massimo testo medioevale di tecniche agronomiche; il nome specifico deriva da un nome locale brasiliano.
Nomi comuni: calabash, calabash-tree, gourd tree (inglese); calabasse, calebassier (francese); albero delle zucche (italiano); coité, cuieira, cuité, cujeté (portoghese – Brasile); árbol de las calabazas, cabeza, calabacero, cimarrona, crescencia, cujete, guacal, guira, jicaro de cuchara, maraca morro, palo de huacal, raspa guacal, tapara, taparito, totumo (spagnolo); Kalebassenbaum (tedesco).
La Crescentia cujete L. (1753) è un piccolo albero sempreverde o semideciduo, alto 4-10 m, con chioma aperta e irregolare dai lunghi rami pressoché orizzontali e tronco, fino a 50 cm di diametro alla base, dalla corteccia grigiastra inizialmente liscia, rugosa e fessurata verticalmente nei vecchi esemplari. Le foglie, pressoché sessili, sono alterne, semplici, intere, da oblanceolate a spatolate, lunghe 4-20 cm e larghe 3-7 cm, riunite in gruppi di 2-5 di differente lunghezza su corti germogli lungo i rami, di colore verde scuro lucido superiormente, più chiaro e opaco inferiormente. I fiori, solitari, nascono direttamente sul tronco e lungo i rami (caulifloria) su un corto peduncolo, presentano calice diviso fino alla base in due lobi ovoidi concavi, lunghi 1,8-2,5 cm e larghi 1,2-2,4 cm, di colore verde, corolla campanulata, di 5-7 cm di lunghezza e 4-6 cm di diametro, a cinque lobi triangolari diseguali con apici appuntiti e margini ondulati, frangiati e retroflessi, di colore verde giallastro striato di porpora, e 4 stami poco prominenti; i fiori, che si aprono di notte, emanano un odore ritenuto da molti sgradevole e sono impollinati dai pipistrelli.
Il frutto è una bacca da sferica a ellissoide di 15-30 cm di diametro, inizialmente di colore verde poi giallo e infine bruno a maturità, dall’epicarpo (la buccia) liscio, legnoso e particolarmente duro, di circa 0,5 cm di spessore, contenente numerosi semi obovati piatti marrone scuro, lunghi circa 0,7 cm e larghi 0,5 cm, eduli, immersi in una polpa bianca velenosa che contiene precursori dell’acido cianidrico.
Si propaga per seme, in terriccio drenante mantenuto umido alla temperatura di 24-26 °C, che germina in 10-15 giorni, e facilmente per talea semilegnosa in estate. Albero di particolare importanza nella vita, nei costumi e nei rituali delle popolazioni indigene, già in epoca precolombiana, per i frutti secchi svuotati dalla polpa, resistenti e di lunghissima durata, utilizzati come contenitori di liquidi, per coppe, piatti, cucchiai, strumenti musicali, come le maraca, e altri articoli artigianali, solitamente riccamente decorati.
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I fiori, dall’odore ritenuto spesso sgradevole, si aprono di notte e sono impollinati dai pipistrelli. Il frutto, dalla polpa velenosa, è una bacca dalla forma sferica-ellissoide di 15-30 cm di diametro. I semi, ricchi di proteine, sono eduli. Essiccati e macinati servono per preparare una bibita rinfrescante. Proprietà medicinali © Giuseppe Mazza
Viene ora coltivato in varie regioni del mondo, anche come ornamentale per i suoi caratteristici frutti, esclusivamente a clima tropicale e subtropicale, non sopportando temperature prossime a 0 °C, se non eccezionali e per brevissimo periodo. Richiede una esposizione in pieno sole e non è particolarmente esigente riguardo al suolo, anche argilloso e poco drenante. Il legno, duro, pesante, flessibile, facile da lavorare e resistente agli insetti xilofagi è utilizzato nelle costruzioni, per imbarcazioni e utensili di vario tipo, un particolare uso del legno e della corteccia è come ottimo supporto per orchidee epifite.
I semi, ricchi di proteine, sono eduli, essiccati e macinati servono per preparare una bibita rinfrescante. Varie parti della pianta sono utilizzate nella medicina tradizionale delle popolazioni indigene sia nei luoghi di origine che in quelli dove è stata introdotta da tempo, spesso naturalizzandosi, per varie patologie; va tenuta presente l’elevata tossicità della polpa che è risultata presentare anche un’attività cancerogena; studi di laboratorio hanno evidenziato la presenza di diversi composti bioattivi di possibile interesse nella farmacopea ufficiale.
Sinonimi: Crescentia acuminata Kunth (1819); Crescentia arborea Raf. (1838); Crescentia latifolia Raf. (1838); Crescentia pumila Raf. (1838); Crescentia cuneifolia Gardner (1840); Crescentia angustifolia Willd. ex Seem. (1862); Crescentia fasciculata Miers (1868); Crescentia plectantha Miers (1868); Crescentia spathulata Miers (1868); Crescentia cujete var. puberula Bureau & K.Schum. (1897).